“Non gettare la cenere nel piatto, mi dà fastidio!”
“E perché? Si lava!”.
Occhi al cielo.
“Leva il tablet a tuo nipote: viene due volte l’anno, vuole stare con te!”.
“In questo modo cresce, è una finestra sul mondo, e poi non ho tempo: devo lavorare, IO!”.
Occhi al cielo.
“Non bere troppo stasera alla festa: poi mi costringi a litigare con qualcuno!”.
“Una volta che usciamo, che pesantezza!”.
Occhi al cielo.
“Andiamo al cinema? È uscito il nuovo film di Ozpetek!”.
“Ancora? Se ne hai visto uno, li hai visti tutti; a breve entra in piattaforma, lo sai che detesto i luoghi affollati e poi i sedili dei cinema sono scomodi!”.
“Ma… grazie a lui abbiamo scoperto Palazzo Mannajuolo, ricordi? Convincemmo il portiere a farci intrufolare tra i residenti; abbiamo quella foto bellissima: io distesa a terra e tu dalla cima con la Reflex a cogliere ogni onda… delle scale, dei miei capelli!”.
“Eravamo sempre in giro col naso all’insù a quei tempi, l’avremmo scovata comunque!”.
Occhi al cielo.
Forse è così che finiscono le storie d’amore. Mentre si alzano gli occhi al cielo, in cerca di qualcosa che è lontano dalla nostra intimità come le nuvole. Soffici, anche se a volte minacciose, stanno più loro in prossimità della nostra anima di quanto lo siano le cose che erigiamo sull’altare della quotidianità. Vi preghiamo innanzi, genuflessi, e a tradimento ci uccidono. Le malediciamo, e insieme non ce ne riusciamo a liberare.
Questo pensava Sofia, a tarda sera. Una giornata pesante, come tante. Una relazione logora, come tante. Uno scampolo di leggerezza nella birra con Giada, l’amica di sempre, quella col sorriso sincero; quella che non si dispera mai perché ha imparato che i lamenti vanno a riempire uno zaino già stracolmo in cui il ragazzino ripone sempre i libri sbagliati: errori di distrazione. “È intelligente, ma non si applica”, la solita solfa!
Rompere il vetro che protegge la teca, cercare una via di uscita senza silenzi, senza bugie… si può? Domanda retorica. L’hanno cresciuta puntandole gli occhi negli occhi in ogni circostanza: se c’è un ostacolo si trova il modo di affrontarlo, non di aggirarlo; se si deve arrivare in un posto si sceglie la strada di fronte a noi, non si cercano scorciatoie; se c’è qualcosa che ti agita, si tenta di risolverla, non la si ignora; capito?
E passavano i giorni, intanto.
Una liberazione semplice a portata di mano: il tradimento. Un angolo di evasione in cui rimuovere le incertezze generate da tre lustri di convivenza: le cene non più romantiche, il sesso non più passionale, i ritorni a casa non più desiderati.
“E’ la volta buona che cedo ai corteggiamenti di Alessio: è spiritoso, interessante e m’insegue da tempo; condividiamo un destino incerto di collaborazioni occasionali che sappiamo entrambi rimarranno per sempre tali. Sarà così anche per i nostri incontri. Ogni mattina scova un posto diverso dove far colazione: nell’ultimo si vedeva il monte Epomeo stagliarsi su un lembo di mare incontaminato. Ho pensato per un attimo fosse il panorama più bello che avessi mai visto, ma non è vero, non ne esiste soltanto uno. Le sfumature di colori che il sole assume, quando si leva e quando si pone, mi lasciano in ogni porzione di globo, basita. Lascerò fare al caso: ho accettato il suo invito a pranzo, vedremo.”
Nel frattempo Marco aveva già deciso. Amava l’idea di Sofia, ma lei non più. Ne era diventato pazzo quella volta in cui era andato a prenderla a lavoro. Era uscita dal locale dopo un’intera nottata di Negroni, Gin fizz e Bloody Mary; qualcuno aveva provato a “rimorchiarla” spiegandole che il Rusty Nail doveva il suo nome al colore dei chiodi arrugginiti, e lei si era sorpresa, come sempre quando scopriva qualcosa che non conosceva, ma subito dopo era già con il pensiero a quel tipo dalle orecchie grandi che aveva conosciuto di recente. Il “surfista” lo chiamava Giada, ma Sofia non lo aveva scelto per le spalle larghe: aveva ironia, e l’ironia era l’unico vento capace di scuotere la sua curiosità; con gli altri si annoiava subito.
Quella sera Marco era lì fuori ad attenderla; centinaia di auto nel centro modaiolo della città e lui fermo in un ingorgo. Sofia si intravedeva appena; in lei non c’era niente che tradisse stanchezza, nervosismo o stress, era luminosa. Lo aveva quasi raggiunto. Lui, che al volante sembrava un’amazzone con una mammella di troppo, e quindi incapace di cavarsela nella foresta, le faceva segno da lontano perché lo sportello di destra era rotto. Doveva trovare un modo per defilarsi dal caos, fermarsi, scendere e consentirle di entrare nell’abitacolo, ma non sapeva come fare. E allora era successo: Sofia, dalle braccia tintinnanti e sottili ma ben tornite, il sorriso aperto di chi non conosce scoramento, con un guizzo si era infilata dal finestrino, e in un secondo si era seduta a fianco a lui. I conducenti delle auto intorno erano esplosi in fischi e applausi.
“Ecco qualcuno che mi sorprenderà per tutta la vita!” – aveva pensato Marco – . Erano tempi lontani, comunque. A scuola ci insegnano il trapassato remoto, anche se nessuno lo usa più. Ora ne scopriva il senso. “Fummo innamorati” – sussurrò, mentre giocava a disegnare cerchi col fumo in cerca di un modo indolore per chiudere quella storia.
Sofia l’indomani era a pranzo con Alessio. L’aveva condotta in un ristorante con vista sul “Gigante buono” dell’isola, e le aveva raccontato di una leggendaria porta di accesso alla civiltà sotterranea degli Agharti, un popolo evolutissimo che da millenni risiederebbe nelle viscere della terra. Alessio era furbo: sapeva che Sofia era curiosa, ma purtroppo per lui aveva le orecchie piccole, e quando si era avvicinato per baciarla, lei si era ritratta: Marco la stava aspettando, era ora di rientrare. Si imbarcò e tornò nella casa che avevano arredato insieme con decine di foto scattate in ogni angolo del mondo. Quando infilò le chiavi nella toppa, lo trovò sul divano; guardava un tg a loop, lo sguardo distratto di chi non sguscerà di nascosto nella doccia dietro di lei per fare l’amore.
A cena la conversazione era assente: Sofia volteggiava con le parole, come sempre; lui era cupo, l’atteggiamento ostile degli ultimi tempi stampato negli occhi. “Un nemico in casa”. Fecero capolino bollette e banalità di ogni sorta.
“Marco, parliamo di noi, del muro eretto in questi anni e non a tradimento in una sola notte; della mancanza di bellezza, di complicità che ci sta investendo?”.
“E dai, Sofy, ma di cosa dobbiamo parlare? Non c’è niente che non vada, è un periodo di fiacca. Il lavoro non mi soddisfa, non ho mai centrato un obiettivo, non amo più me stesso, mica te !”.
Una girata subitanea di spalle diventò il segnale più evidente di una bugia.
Fu presto mattina e Sofia non lavorava quel giorno, ma si alzò lo stesso e preparò il caffè: amava il rituale della colazione su quel tavolo inondato di luce. Peccato che lui ingoiò l’oro nero senza godimento, come da copione, prima di infilarsi repentinamente nella doccia. Un attimo dopo era già sulla soglia di casa; la borsa di lei comprata a Castro e messa a tracolla, lo sguardo sfuggente: “Vado a lavoro”, bisbigliò. “A stasera”. Ma Marco non tornò quella sera. E neanche la sera dopo. E così via, per vari giorni. A tornare furono solo le sue parole, in forma gelida, nel bianco e nero di una mail. Parlava di insofferenze, di frustrazioni personali, di insoddisfazione, di disamore verso sé e il mondo intero. C’erano complimenti a Sofia sparpagliati per tutto il testo, come all’indirizzo di una donna-angelo, lei che saliva sui marciapiedi con l’auto per invertire i sensi di marcia e condurli via insieme, lontano.
Un mondo cadde.
Sofia capì solo in quel momento che è fin troppo facile voler bene alle persone che amiamo. E’ nel momento in cui smettiamo di amarle che risiede il senso di quanto abbiamo vissuto. E’ il coraggio di guardarle dritte negli occhi e dire quella frase dolorosa, ma magica: “Non ti amo più” che fa la differenza. In solo quattro fortissime parole c’è la cifra distintiva di ciò che è stato, e l’ingrediente principale di ciò che sarà: amicizia, rispetto, disistima o disprezzo.
Sono trascorsi diversi anni, e Sofia sta parlando al telefono con Giada. Hanno appena prenotato per “l’isola che non c’è”, temeva non ci sarebbe mai andata. Dopo due mesi da quella famosa mail, Marco si era fatto fotografare lì con l’amica della sua segretaria; quanti clichet può contenere una sola immagine? Non era riuscita a contarli.
Giada è entusiasta; il tempo della disdetta del loro viaggio in Giamaica è lontano: l’ha perdonata, Sofia si era innamorata. D’altronde non si sono mai perse: avevano appena 14 anni quando si sono prese per mano. E’ tempo ora di liberazione, di consapevolezze. E’ il tempo della scoperta, della memoria catartica.
Quando giocava a nascondino da piccola, un giorno un suo compagno – Federico – si rintanò in un buco dietro la cabina di un lido, e non ne uscì più. Il tempo passava e tutti presero a cercarlo, ma era calato il buio e la madre era disperata. Venne sera e le persone, ormai stremate, iniziavano a far ritorno a casa, ma Sofia ebbe un guizzo ed esclamò: “Fede, esci, hai vinto TU!”, e lui apparve all’improvviso. La madre, come se stesse assistendo ad un miracolo, gli corse incontro e gli urlò: “Amore mio, ti eri perso o eri rimasto intrappolato?”. Avevano solo undici anni, ma Sofia ricordava esattamente la risposta di Federico: “No, mamma, volevo solo vincere!”. La ragazza a quel punto era trasecolata, attendendo lo schiaffo che al posto dell’amico avrebbe senz’altro ricevuto, un rimprovero, un’occhiataccia che significava: “A casa facciamo i conti!”, ma non arrivò niente di niente. Alla madre di Federico scese solo una lacrima, silenziosa, solitaria, vinta. Fu allora che il padre invece, arrivato per ultimo, esclamò: “Che stupido, mio figlio: ancora non ha capito che nella vita bisogna imparare a mentire!”. Sofia, incredula, guardò la sua, di mamma. Uno sguardo d’intesa le confermò quello che già le era stato insegnato fino a quel momento. Mano nella mano, sulla strada di casa, la mise in guardia: “Sofy, nella vita incontrerai persone più abili a nascondersi che a rivelarsi; più inclini a tacere le verità, che a comunicarle. Ti relazionerai con loro e scoprirai quanto arduo sia. Spesso, per proteggere sé stessi, ti feriranno; passerai tempo a cercare di interpretarne i comportamenti, e questo tempo ti accorgerai solo dopo di averlo perduto. Perduto, attenzione, non sprecato. Troverai il modo di recuperarlo. Non ti raccomanderò di evitare queste persone: al mondo ce ne sono tante, e poi… ricordi quando cadesti dal seggiolone? Erano almeno 10 minuti che io e papà ti dicevamo di non dondolare. E tu? Niente. A quarant’anni cadrai probabilmente con la stessa identica dinamica. Sei mia figlia, ti conosco, inutile dirti cosa fare. Promettimi però, che nonostante le delusioni – perché arriveranno, eh sì, se ne arriveranno -, rimarrai fedele al tuo credo. Semplice semplice: RIVELARSI, sempre.”
Sofia si scosse, le sembrava di essere tornata indietro nel tempo.
Tutte le ipotesi si erano realizzate con precisione scientifica.
Sorrise.
Alzò gli occhi al cielo, ma stavolta in quel gesto non c’era stizza, insofferenza o rabbia. Il cielo era la direzione nella quale, ormai da tempo, cercava conferme. “Stai là, adesso. Mi aiuterai vero, a trovare il modo di recuperare il tempo?”.
La telefonata era finita. Posti A17, C17.
Non c’è nessun luogo da dover evitare se il nostro cuore ha smesso di guerreggiare.

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