Il momento del bisogno è uno spartiacque nella vita di ogni persona. Arriva sempre. Per qualcuno anche più volte.
Ci amano tutti quando siamo belli, perfettamente “funzionanti”, indipendenti, autonomi, sorridenti, nuovi di zecca, come l’ultimo modello di auto sportiva immesso sul mercato.
Luccichiamo… e chi di noi non ha mai avuto la tentazione di trasformarsi in una gazza ladra? Allora rubiamo. Rubiamo finché possiamo perché sappiamo bene che nessuna miniera è inesauribile, siamo tutti carbon fossili in fin dei conti. Estraiamo energia per ricaricare noi stessi, e così facendo depauperiamo la miniera, che vuoi che sia? Nel frattempo si stanno diffondendo le energie rinnovabili, quelle si autorigenerano, non hanno bisogno del nostro altruismo. A elargire poi ci penserà qualcun altro, che tanto qualche fesso a cui è stato insegnato che prima di prendere bisogna dare lo si incontra sempre.
Tutti vogliono l’oro: dalle cose opache non si è attratti, non sono fulgide, non risplendono.
Persi tra un furto e l’altro, un giorno ci dimentichiamo di lucidare il nostro soprammobile preferito. È finito dietro un accumulo di ciarpame e non lo vediamo, così smettiamo di chiederci dove sia. Giorno dopo giorno quello inizia a ricoprirsi di polvere.
Lui però non ci sta; si agita nella notte e prende vita, come il soldatino di stagno nella fiaba di Andersen. Ci viene a svegliare tirandoci le coperte e ci chiede di rimetterlo al suo posto: in prima fila, lì, dove un tempo rallegrava il nostro passaggio. A noi nel sonno sembra una mosca fastidiosa e lo scacciamo con la mano. Lui finisce contro la parete e si rialza dolorante. Allora capisce e torna mogio al suo posto; è sorpreso, molto, e diventa un poco alla volta più triste, più malandato. Giorno dopo giorno scivola all’indietro, fino a che una gamba gli si accavalla sulla mensola e scompare del tutto alla nostra vista. Noi però non sembriamo badarci. Compriamo nuovi oggetti e glieli poniamo davanti, non ci chiediamo più dove sia né se aveva bisogno soltanto di un panno per ritornare alla luce.
E così scivola nell’oblio. Non ci sembra più di averlo amato, se mai lo abbiamo amato. E ci assolviamo anche per averlo trascurato, inventandoci una nuova identità. Non lo avevamo mai voluto: è ingombrante con la sua base larga e solida, cosa ci è saltato in mente quando lo abbiamo acquistato? I soprammobili devono essere leggeri, li dobbiamo poter spostare a nostro piacimento, che siano anche autopulenti magari, sì… autopulenti. Semplicemente d’arredo.
Il soldatino di stagno dall’angolo remoto in cui è precipitato, sommerso di polvere e ormai incolore, piange fino ad esaurire le lacrime. Quelle gocce salate si accumulano e assumono la forma sconfinata del mare, ma lui sa nuotare bene e dunque non ha paura dell’acqua, men che mai delle onde. Si libera del fucile – non gli servirà – e le cavalca. Col suo surf invisibile torna a galla e naviga verso mondi distanti. Trova una terraferma, vi approda e scopre di essere l’unico abitante. Percorre, esplora, si nutre di quello che la natura gli offre e si riappacifica con sé stesso e col creato. Non tornerà nella casa che aveva abitato. Non vuole più restare in attesa su una mensola e si chiede come abbia fatto a vivere su un ripiano senza nessuna forma, aspettando di diventare il trastullo di un fugace momento.
Inizia a viaggiare, terra dopo terra, e scorge posti bui e polverosi, simili a quello dal quale era precipitato. In tutti quei luoghi riporta la luce, un raggio alla volta. Inventa favole per chi non sa più esercitare la fantasia; sogni per chi ha dimenticato la speranza. Fabbrica una seconda possibilità per chi pensa di non meritarne più di una; amore per chi ricorda solo come odiare; verità per chi si nutre di menzogne; pace ampia per quella lingua di terra dilaniata dalla guerra.
Noi, dalla tranquillità di una casa dorata e dotata di tutti i confort, ignoriamo il suo viaggio tortuoso attraverso gli oceani finché un giorno, nella vetrina scintillante di uno di quei negozi che vendono oggetti per chi crede di avere tutto e invece tutto non ha, intravediamo un soldatino che somiglia al nostro. Un balenio si accende nella mente e diventa balena. Torniamo di corsa a casa e lo cerchiamo, divorati dalla voglia di rivederlo; spostiamo tutti i libri, tutti gli orpelli comprati nel tempo a seguire, ma non lo troviamo. E lanciamo nell’aria lamentele sterili, lo rivogliamo solo perché ci è appartenuto, siamo in un black out temporaneo e siamo convinti ci giovi la sua luce. Che poi, se lo ritrovassimo oscuro e pieno di polvere, lo abbandoneremmo senz’altro di nuovo: il suo compito è quello di distrarci, rilassarci, compiacerci, non certo quello di infilare altre incombenze nella cornice disordinata della nostra vita. Maledizione però! Lo vogliamo rivedere un attimo: era nostro, lo abbiamo pagato, conquistato, scelto tra mille, finanche crediamo di averlo meritato. Dove diamine sarà finito?
“Esci, soldatino, esci, dove ti sei cacciato?!”.
“LONTANO, LONTANo, LONTAno, LONTano, LONtano, LOntano, Lont…”
Un’anafora permanente che si trascina spegnendosi e dopo nulla più.
Lontano, il silenzio.

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