Sono stanchissima e con questo caldo ho l’impressione che mi sudino anche i pensieri.
Dal tempo che impiego per farne ritorno, deduco che Vieste si sia spostata nottetempo in Giamaica, tuttavia incastro una serie infinita di coincidenze e mi sorprendo a notare che il Sud Italia si sta adeguando al resto del mondo civilizzato e i mezzi di trasporto funzionano.
Ora è la volta della metro. Il display segna tre minuti che passano velocemente. La gente è tanta e di tutte le specie: c’è il passeggero occasionale che non si regge ai sostegni e alla partenza balza in avanti; c’è la coppia di adolescenti che si bacia ardententemente come amanti tenuti distanti troppo a lungo; c’è una famiglia di turisti in cui troneggia una bambina con il moccio al naso; il fratello maggiore glielo pulisce e lei frigna urlando :” È MIO!”come se le fosse stato rubato qualcosa. Quando mi imbatto nell’egoismo capriccioso e irragionevole di certi bambini provo sempre a immaginare che adulti saranno; aumenteranno la schiera già gremita di quelli che si divertono a possedere persone e cose solo per compiacere i propri istinti e irretire gli occhi degli altri? Sapranno accarezzare le parole?
Mi sono seduta e faccio fatica a governare i pensieri; anche da sudati corrono altrove e io provo a tenerli fermi, ma scivolano via. Mi basterebbe che si poggiassero silenziosi accanto a me, non necessariamente dentro. Mentre ingaggio questa lotta impari, raggiunge le mie orecchie il suono sgraziato di una fisarmonica. Oh, no! Ecco l’accattone insistente di turno pronto a risvegliare il mio senso di colpa universale: si era assopito in questa settimana, anestetizzato da vento, mare, orecchiette con cime di rapa, onde di spritz al tramonto e trabucchi misteriosi da esplorare.
Non mi volto, non mi volto, non mi volto. E invece lo faccio. Lo vedo, ma lui non vede me.
È un omino anziano, sarà alto 1 metro e 50. È vestito di stracci e la sua borsa di pelle è tutta bucata. Cammina suonando quella che sembra la bocca di una balena e mi chiedo come faccia a reggerla senza cadere.
Il musico attraversa il mio vagone e nessuno se ne cura, tranne me, che ne resto ipnotizzata. Lo vedo perdere l’equilibrio alla prima fermata, ho un fremito e tendo le mani come per sorreggerlo, ma è già lontano e io sono priva di poteri magici. Trattengo il respiro per qualche secondo e sospiro infilandomi le mani tra i capelli: non è caduto, per il momento siamo salvi, la mia apprensione e lui.
Nel vagone accanto, dei genitori mettono pochi spicci in mano a una bambina che glieli tende; lui allora allarga un sorriso pieno di pieghe e si avvicina, indugiando su una nenia per la sua piccola benefattrice. Estraggo dal portafoglio i soli 5 euro che mi sono rimasti. Il melodramma mi scansi: non sono povera, è che ormai i contanti non li uso più. Li stringo tra le mani e lo seguo con lo sguardo mentre si allontana sbilenco.
Attendo; non so se rincorrerlo o meno, e in questa indecisione incrocio lo sguardo curioso di un ragazzo che deve aver osservato le mie mille facce. Sono convinta che mi tradiscano parlando, anche quando desidero con tutta me stessa rimanere muta.
Se rinasco voglio imparare a parlare solo con la bocca.
Dopo due vagoni il treno è finito. Tornerà indietro? La prossima fermata è la mia, come farò a dargli la banconota passando inosservata? Odio l’amorevole quando si intreccia al compassionevole e il destino lo sa, quindi gioca a mio favore e sospinge verso la porta anche l’uomo che suona la balena. Un tizio più giovane, che forse è della sua stessa nazionalità – o almeno così mi suggeriscono i suoi tratti somatici – lo saluta chiamandolo per nome. Ho questi maledetti auricolari e non riesco ad afferrare quale sia, perciò mi affretto a spegnerli per rubare frammenti di conversazione.
Una ladra e un mendicante nello stesso vagone, siamo al completo.
Il tizio gli chiede come sta.
“Eh…” – dice solo il musico – e nulla più. Scorgo una dose massiccia di dignità in quel piccolo lamento appena accennato. Allora ho un guizzo, gli sono di fronte e apro la mano al suo fianco, tenendola bassa. Il gesto lento e delicato con cui prende la banconota mi riporta alla mente – non so perché, sono pur sempre quella che non sa dominare i pensieri – Mario, quando da dietro una sera mi sollevò i capelli e mi baciò sul collo mentre preparavo il riso al sugo per cena. Chissà se lo ha fatto ancora, quel gesto che dovrebbe diventare patrimonio dell’umanità.
L’uomo con balena ha poi un istinto irrefrenabile: “Grazie, signora” – dice scandendo forte le sillabe – e io so già che solo a lui riuscirò a perdonare questo maledetto appellativo. Poi mi guarda dritto negli occhi, mi afferra la mano e me la bacia. Sono imbarazzata, non sono certo Cristo redivivo, e non trovo niente di meglio da fare che rimandargli il bacio con lo sguardo, mimandolo anche con la mano. Chissà se intuisce che glielo sto rimandando anche col cuore.
Forse sì: vedo i suoi occhi spenti illuminarsi.
Le porte si aprono e scendiamo entrambi. Lo sorpasso con un misto di pudore e riguardo, mentre continua a procedere come un equilibrista in cammino perenne su un filo invisibile. È sulle scale mobili che le lacrime iniziano a sgorgare, leggere e senza controllo. Anche se avessi la capacità di fermarle, non lo farei. Alcune cose vanno semplicemente lasciate scorrere, in attesa che si acquietino. Prima o poi lo fanno tutte, così, da sole, senza aver bisogno di noi.
Non ho fatto niente di sensazionale, anche se a me sembra di aver medicato il mondo. Il cerotto è un po’ storto, ma il graffio è coperto e per qualche ora resisterà.
Allora è vero che anche gli esseri umani hanno i poteri magici?
Non so se ci rincontreremo, mio musico equilibrista.
Ma se lo faremo…
Ti prego, Suona ancora per me.
Ti prego, Stona ancora per me.

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