Censuriamo i baci, dai.
Non sia mai che i ragazzi in prima serata vedano in diretta tv – (che si facciano bastare i social) – quanto sia naturale fare qualcosa di diverso dai modelli imperanti nella società di massa.
Censuriamo i baci, dai.
Levante e Gaia sono cantanti, che si limitassero a cantare! Ho letto che sono etero, quindi sono solo due esibizioniste, due acchiappalike, due che non hanno bisogno davvero di difendere la “diversità”. Poi sono pure due fighe, fossero state racchie forse un bacio glielo si sarebbe potuto perdonare, ma belle no: sono a rischio emulazione.
Censuriamo i baci, dai.
Che l’Italia è stata per secoli la patria dello Stato della Chiesa e c’è voluta una Breccia per farne crollare il potere temporale. Vuoi che non restassimo tutti un po’ bigotti? Eh no, un bacio addirittura trasmesso dalla città dei fiori? Non si fa.
Censuriamo i baci, dai.
Che quelli tra persone dello stesso sesso non vanno bene, vanno relegati alla notte, al buio, agli angoli nascosti.
Noi siamo NORMALI.
Quanto è desueta la parola normalità.
In una società in cui tutto diventa normale, persino i magnati che violentano i bambini, persino un genocidio, un bacio può ancora risultare anormale.
Mi tornano in mente i mille baci sulle labbra che ho dato a mia sorella come augurio, in momenti di felicità. O quello che mi sono scambiata una volta con una mia amica, in un’apoteosi di risate, bellezza e complicità.
Chissà se intorno c’erano persone che gridavano allo scandalo; non me lo chiesi allora e oggi me lo sto chiedendo sì, ma con estremo e reale disinteresse.
Ciò che ognuno di noi è, in cuor suo lo conosce.
Le apparenze sono la negazione dell’identità.
Mi piacerebbe entrare per un secondo nella testa del cameraman che ha deviato l’obiettivo.
Valuto a 360 gradi le possibilità e penso come prima cosa ad un istinto conservativo: una ritorsione professionale, che so, un ammonimento, una decurtazione stipendiale. Mi torna in mente il commesso licenziato di recente alle Olimpiadi di Cortina: che azzardo pronunciare “Palestina libera”. Uno stato non riconosciuto dai protagonisti dei files Epstein? Che anche il nome dunque ne venga oscurato.
Poi mi sposto di prospettiva e penso a una distrazione, a un timing sfortunato: non voglio escluderlo, ma mi pare improbabile, forse perché anche il mio pensiero è influenzato dal clima grottesco che si respira nei tempi recenti.
E dunque invento, che è una delle cose che più mi piace fare. Parto da un pensiero: quanto sarebbe bello insegnare ai ragazzi la rivoluzione. “Ci credi davvero? La tua testa ti dice che è la cosa giusta? E allora semplicemente falla. FALLA.”
Il cameraman così diventa un ragazzo di 20 anni; ha da poco finito la scuola e sceglie di riprendere la scena, cavolo se la riprende. Non era stato avvisato, la performance non era preparata e lui, in una frazione infinitesimale di sospensione tra il sì e il no, ha scelto. Scegliere, che bella parola. Altro che normalità. Sul vocabolario hanno una certa legittima distanza, ma ne dovrebbero avere ancor di più: prima e ultima pagina.
Scegliere: Selezionare in base a criteri di qualità o di pregio.
Il cameraman sceglie, e lo fa per un mucchio di cose.
Perché ha da poco applaudito la maestra di orchestra che chiede un termine più appropriato per se stessa, cercando di supplire a una mancanza verbale fondata su una società antica di privilegi.
E sceglie pure perché si è commosso, e per un attimo ha rischiato di fare un casino, quando Dargen ha recitato per la sua cover proprio “Il disertore” di Boris Vian, che appena un anno prima la sua insegnante ha letto alla classe, alle soglie degli esami di maturità, con la voce spezzata dall’emozione. Gli pare di sentirla ancora e se non fosse stato per Pupo, che quando compare ha sempre la faccia sporca di gelato al cioccolato, avrebbe pianto.
“Censuriamo i baci, dai”: sente arrivare l’eco della frase, forte.
“No, grazie”, risponde lui. “IO NO. Io non li censuro i baci.

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