Soldi buttati

È una mattina come tante. C’è il sole e soffia un vento freddo: insieme suggellano la simbiosi tra inverno e primavera. La strada è leggermente bagnata e avanzo con lentezza, attenta a non entrare in collisione con nessun elemento del creato: il muro; la guardia giurata che piantona quest’angolo non so da quanto; la vecchietta con le pantofole che abita nel vicolo, noncurante della “chiccheria” che da sempre viene attribuita al quartiere; il ragazzo che urla in dialetto al telefono con chiara intonazione di gioia: chissà cosa deve essergli capitato di così bello.

Ho appuntamento per rigenerare la mia carta d’identità. Si è divelta, anche se non so come: l’immagine da una parte, una sottile pellicola con i dati dall’altra. È successo all’esame di idoneità tecnica presso i Vigili del Fuoco, in un edificio nel quale mi sono sentita da subito protetta, anche se l’ingegnere che ci esaminava era antipatico e mi ha ricordato quella sventura con cui facevo i conti da ragazza, quando andavo a sostenere gli esami all’università: “Speriamo di capitare con quello di sinistra, Nia, hai visto in che modo pacato si rivolge agli studenti?”. Il microfono invece risuonava sempre: “SODANO”. “Ok, amica, vado con quello di destra, a dopo. Forse.”.

Il Vigile del Fuoco che ci porta l’acqua durante gli esami ci offre anche le caramelle, come si fa con i bambini che sono in attesa della puntura;  prende poi la mia carta d’identità e non mi rimprovera: mi dice solo in maniera gentile che potrei avere problemi con il documento ridotto in quello stato.

Il giorno dopo immediatamente prenoto un appuntamento al Comune. È tanto tempo che guardo lo stato di deterioramento del mio documento, ma la gentilezza vince. Se me lo ha detto così, non posso trascurare il suo consiglio, devo aver pensato in qualche anfratto della mente. Sono perciò qui e c’è quella fila tipica di chi si ricorda solo pochi giorni prima che siamo di nuovo chiamati ad esercitare uno dei diritti più importanti della nostra esistenza: il voto. Capisco bene la circostanza, siamo sempre di fretta e poi, a dirla tutta, a me pare addirittura romantica questa chilometrica fila: la gente allora stavolta ci andrà a votare, se lo ricorderà che qualcuno nella storia ha lottato affinché non fosse più solo il censo e il genere ad assicurarci di poter scegliere.

La stanza numero 14 è chiusa e io non voglio disturbare. Una bimba si affaccia da una stanza del corridoio ed esclama: “Papà, c’è una signora!” Mi indirizza allora un CIAAAAO dalle mille A, e io non posso fare a meno, solo un attimo dopo essermi soffermata su quel “signora” che ancora mi spezza il cuore da chiunque sia pronunciata, di andarle incontro, pronunciare un BUONGIOOOOORNO dalle mille O, farle una carezza nei capelli e tornare fuori la porta numero 14.

Un signore con i capelli lunghi e unti sulla sessantina subentra, percorre il corridoio, dà un paio di colpi di nocche sulla porta e entra, senza aspettare la risposta. Io mi sento un’idiota, come spesso mi capita quando sono oltremodo educata, ma poi mi torna in mente il sorriso leggero di mia madre con cui era solita annuire, e mi rassegno serena alla mia indole. Un attimo dopo un ragazzo sulla trentina mi viene accanto e mi chiede se ho provato a entrare: ci sono due impiegati. A quel punto deve certamente prendere forma una di quelle mie espressioni che parlano da sole, perché il tizio allora bussa al posto mio, scorge una delle due postazioni vuote e mi fa accomodare: è il padre della bambina CIAAAAO.

Io lo ringrazio e rifletto sul fatto che ogni azione della nostra vita, come nella fisica, è lì pronta a scatenare una reazione: lo ripeto ai miei alunni tutti i giorni, soprattutto a quelli che sono più figli degli altri di questi tempi frettolosi e prepotenti.

Quando esco dal Comune, butto un ultimo intenerito occhio alla fila per le schede elettorali ed esco al sole. Avrei fretta in teoria, ma la combatto: non ho una libreria così grande vicino casa e quell’odore di carta nuova mi tiene compagnia da quando ero bambina e venivo rimproverata perché “Non si legge a tavola”. Non compro più i libri su Amazon e anche la musica; sto provando a smettere, a disintossicarmi, e quindi elimino pezzetti a poco a poco, così a breve forse ce la farò a disinstallare l’App e tutto quello che rappresenta. 

Mentre mi perdo tra gli scaffali inspiro l’odore dei libri, e ne sfilo uno ogni volta che mi attira un colore, un titolo, una parola o un’immagine. Mi dirigo poi all’angolo delle poesie. Oggi mi piacciono di più di quando ero ragazza. La poesia porta in sé una contraddizione: per leggerla occorre poco tempo, sono frammenti, ma ne occorre anche moltissimo per cucircene addosso il significato, come una toppa che va a coprire un buco.

Tutti i buchi si somigliano, ma ogni buco è diverso a modo suo.

Tra i libri di poesie me ne colpisce subito uno, è di Franco Arminio. Sono attratta dal titolo, ma ancor di più dalla dedica: “A tutti quelli che provano a ingentilire il mondo, quanto più il mondo è brutale”. Lo prendo e scopro che, pur trovandosi nel reparto poesia, è un libro composto da prose brevi, scritte in quello stile inconfondibile di chi non lascia nessuna parola al caso, pur non facendola mai apparire fasulla.

Lo compro.

Sulla strada del ritorno verso il garage, ne spio qualche frammento: leggero e insieme profondo, come il mare. Nel vicolo la signora in pantofole continua a differenziare strani rifiuti, mentre la guarda giurata mi restituisce il saluto. L’uomo del garage mi aspetta: sono tanti anni che mi vede, chissà se si ricorda con chi venivo e se si chiede perché da tempo non sono più in sua compagnia. Si accorge che ho sforato di 10 minuti le due ore e mi guarda; io non chiedo niente, sempre per quell’insegnamento di non interferenza con il creato. Lui però mi strizza l’occhio e dice: “Sono due ore per chi sorride sempre”.

Sorrido ancora, anche se qualcuno diceva che il riso abbonda sul viso degli stolti.

Una volta a casa continuo a sfogliare il libro, lo attraverso alla mia maniera, a volte caotica, perché le cose che amiamo non possono essere sempre ordinate, altrimenti diventano noiose. Mi imbatto in un talloncino di carta inserito tra le pagine; il libro si richiude e impiego un po’ di tempo a ritrovarlo. Quando ci riesco, mi si spegne il buonumore. E’ stato infilato di proposito e recita: “Soldi buttati”. Il mio primo istinto non è quello di gettarlo, ma di rileggerlo. Sono solo due parole, ma le rileggo tante volte e poi le lascio là. Allora mi lancio in inutili tentativi di ricostruire la faccia e le circostanze della vita che portano una persona a compiere un gesto del genere. I potenti della Terra potrebbero essere dei potenziali indiziati, ma loro non hanno tempo per leggere: lo impiegano tutto per progettare armi e per rafforzare un colonialismo mai sopito. Quelli per le armi sì che sono soldi buttati, e chissà se questo tizio che si è preso la briga di entrare in una libreria e seminare ostilità in mezzo a fogli di carta, lo ha fatto anche intrufolandosi all’interno delle imprese belliche. Un foglietto per ogni missile, per ogni kalashnikov, per ogni “bomba intelligente”.

La sera, prima di andare a dormire, catturo qualche altro frammento di prosa. In uno leggo: “Bello che nessuno troverà il nido della bellezza per poterla sterminare”. E allora decido: il talloncino resta in mezzo a queste pagine. Per ricordarmi che si trova nel posto sbagliato; che anche noi persone stiamo spesso nei posti sbagliati e dovremmo soffermarci su quanto sia necessario spostarci; che in un libro in cui si celebra la bellezza e la grazia non possono trovare spazio messaggi di ostilità e di disprezzo. Che è sera, e se non sono ancora in fila al Comune è per via della mia gentilezza. Che i sorrisi dei bambini possono salvare gli adulti. Che non esistono soldi buttati per chi prova a generare amore, mentre per chi ci prova con l’odio sì. Che gli unici soldi buttati che si trovano nel mio nuovo libro sono quelli utilizzati per stampare le due tristissime parole del seminatore, spero non seriale, di discordia. Che si agisce a volte con uno scopo, ma se ne genera uno esattamente opposto.

A te, che probabilmente mai leggerai :

Hai pescato la persona sbagliata con i tuoi ami appuntiti: non tutti i pesci hanno fame di brutture.

Buona vita.

Commenti

2 risposte a “Soldi buttati”

  1. Avatar Simona
    Simona

    Adoroooooooo

    1. Avatar Manu
      Manu

      ❤️

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